Ricercando le origini del mattone lidio

Nel XII secolo a.C. un popolo orientale, giunto per mare dalla Lidia in Asia minore, occupò la regione situata nell’Italia centrale a nord del Tevere mescolandosi alle popolazioni indigene e gettò le basi di quella che sarà poi chiamata Etruria.   

Questo popolo che soggiogò i Latini ed i Pelasgi era conosciuto come Tirreni ma si autodefiniva popolo dei Rasenna.

I Rasenna, aristocrazia di conquistatori, era una razza di migranti e costituiva probabilmente una esigua minoranza dell’intera popolazione dell’Etruria.

La grande differenza di carattere e di cultura degli Etruschi rispetto agli altri popoli Italici, li fa ritenere indubbiamente venuti direttamente da lontani paesi  di antica cultura.

Anche gli scrittori Romani  (Plinio / Varrone / Vitruvio)  ritenevano che gli Etruschi fossero giunti in Italia per mare dall’oriente  e avessero portato con  loro dalle terre di origine il mitico “ Lydio”, antico mattone in argilla avente  quale misura di riferimento il piede (29,60 cm) .

Gli Etruschi furono chiamati dai Romani Etrusci o Tusci  e dai  Greci Tyrsenoi  o Tyrrenoi.

Lo storico greco Erodoto (484 – 430 ca a.C.) assunse che gli Etruschi   provenissero dall’Anatolia occidentale ed infatti nelle sue famose Storie    racconta che, per una grave carestia che aveva colpito la Lidia, nel XIII secolo  a.C. , Atys figlio di Manes divise il suo popolo in due gruppi affidando a  Tirreno quello indicato da un sorteggio.

 

Un’antichissima reminiscenza storica dell’Egitto (XIII secolo a.C.) ci presenta i Turuscha, (probabilmente gli Etruschi) o Tirseni (venuti di là dal mare) che  piombano sul basso Egitto, ma sono ricacciati da Ramses II .

L’invasione dell’Egitto da parte di popoli del mare venuti da Oriente, i Tirreni, fallì e quindi  questi ultimi verosimilmente si spinsero  sulle coste dell’Italia centrale.

La tradizione che giunge dagli stessi Etruschi e fà risalire la fondazione di Roma originata  all’eroe troiano Enea che  sposò  Lavinia figlia del Re Latino, nella versione più antica dello storico Ellanico di Mitilene (490 – 400 ca a.C.), cita  i Lidi  stessi quali colonizzatori dell’Etruria.

E’ il poeta greco Stesicoro, nel VII secolo a.C., il primo a porre in Italia la meta del viaggio di Enea dopo la caduta di Troia fissata da Eratostene come data al 1182 a.C.

Riscontri archeologici in cui si conservano i resti dell’antica Lavinium, dove  Strabone ha tramandato l’esistenza di un Tempio dedicato ad Afrodite (Venere), sono stati rinvenuti presso l’abitato odierno di Pratica di Mare e possono far pensare ad uno sbarco di profughi alla foce del Tevere in quell’epoca così arcaica (XII secolo a.C.).

Altri ritrovamenti, in una necropoli datata X secolo a.C. , documentano il  culto di Vesta e degli Dei Penati che anche i Romani ritenevano fossero  quelli portati da Enea.

Vi sono vari elementi di riscontro che fanno supporre un collegamento diretto a ritroso  tra la civiltà Etrusco-Italica e la città di Troia con le antistanti isole tra cui quella  di Lemno.

Nel II millennio a.C. Troia era situata infatti sul confine di un’area che aveva relazioni esterne sia con i Micenei che con gli Ittiti ed inoltre godeva di una posizione ottimale essendo un importante centro regionale dominante il nord-ovest della Mongolia e delle isole Egee settentrionali.

 

Ciò nonostante ed apparentemente in maniera inspiegabile, in quell’ area si parlava una lingua che non aveva nulla in comune con tutte le altre delle civiltà confinanti.

 

Questa lingua non decifratama che probabilmente era una derivazione dell’antico Luvio è scolpita in una pietra funeraria ( Stele di Lemno ) con figura di guerriero in basso rilievo; circondata da una lunga iscrizione in un dialetto che risulta essere assolutamente affine all’idioma parlato e scritto dagli Etruschi.

Una ricerca filologica accurata permette di collegare ancora a ritroso la lingua “Minoica”, riportata nella scrittura lineare “A” ritrovata nell’isola di Creta prima dell’avvento della dominazione Greca, con quella stessa Anatolica-Luvia apparentata alla Etrusco-Lemnia.

 

La fine della civiltà minoica e di quella lingua, fu determinata quasi certamente da un cataclisma naturale con l’eruzione nel 1650 a.C. del  vulcano Santorini  che si suppone essere all’origine della leggenda narrata da Platone sul regno perduto di Atlantide.

La lingua Etrusca rimane però ancora non del tutto decifrata; solo è certo che di essa si possono determinare due distinti periodi.

Il primo, ricco di suoni vocalici e di forme più piene, il successivo più povero e scarno.

Quest’avvicendamento deve ritenersi come un indizio di una modificazione etnica e culturale fra il popolo dei dominatori e quello dei conquistati. 

Compiuta la colonizzazione, si costituirono in Italia tre grandi confederazioni, di 12 città ciascuna: Etrusca propria o centrale Circumpadana, Campana.

Ognuna di queste dodici città-stato era governata da  un Lucumone e la lega etrusca era la confederazione di questi rettori tribali. Nelle iscrizioni funerarie delle tombe etrusche troviamo le forme Laukane  Laukanesa, dove la seconda indica la moglie del primo.

Il significato etimologico della parola lucumone è quindi semplicemente il gran khan. Il sistema di governo etrusco – dispotismo tribale e federazione tribale – è essenzialmente teocratico ed  offre un impressionante contrasto con i normali sistemi di governo democratico prevalenti fra le  popolazioni  semitiche ed ariane.

I  maggiorenti ed il popolo delle 12 città dell’Etruria Centrale (Tarquinia – Vulci – Vetulonia – Cerveteri – Arezzo – Chiusi – Roselle – Volterra – Cortona – Perugia – Volsinii - Populonia), in occasione della grande festa annua di Voltumna che si celebrava in primavera, si riunivano presso il lago  di Bolsena.

 

La confederazione dell’Etruria Padana era invece costituita da 12 città  (Felsina – Misa – Modena – Parma – Piacenza – Mantova – Melzo – Ravenna – Cesena – Rimini – Adria – Spina) e quella dell’Etruria Campana comprendeva le altre 12 (Anzio – Capua – Nola – Cuma – Acerra – Aversa – Napoli – Sorrento – Pompei – Nocera – Cava dei Tirreni  – Pontecagnano).  

 

Il maggior merito degli architetti Etruschi è quello di aver portato in Italia l’organismo architettonico ad archivolto che era costituito da cunei concorrenti al centro dell’arco o della volta e che determinò poi una delle più grandiose e secolari evoluzioni dell’architettura stessa.

 

 

 

 

Con la struttura dell’arco gli Etruschi, come dimostra il Ponte di Bulicame presso Viterbo, inaugurarono l’era dei ponti in muratura.

L’uso dell’arco e della volta non fu accidentale od occasionale ma funzionale ed organico, riprese senza dubbio la tecnica caldeo-assira ed è certo che gli Etruschi, trasmettendone la conoscenza ai Romani, determinarono una differenziazione sostanziale tra l’architettura Italiana voltata e quella Greca ed Egizia architravata.

Il “Mattone Lidio” , patrimonio di quelle antichissime  civiltà di cui gli Etruschi erano discendenti, fu da loro portato in Italia e poi tramandato ai Romani insieme alle tecniche di produzione ed uso.

Le grandi civiltà non si estinguono mai completamente perché la loro essenza permane nelle altre che seguono e che contribuiscono così a formare quella stratificazione evolutiva che è distintiva di un popolo. Sul buon seme della civiltà Etrusca quindi si sviluppò la civiltà Romana e su questa la civiltà Cristiana. In Italia, in definitiva, è appunto accaduto che l’eredità culturale dei Tirreni apparentemente sopita, fosse custodita per secoli riemergendo, in particolare nel Rinascimento, con il genio di quegli uomini che ancora oggi suscitano l’ammirazione del mondo.